Ester Rizzo

Le donne di cui racconta Ester Rizzo sono indegnamente cadute nell’oblio, donne che l’autrice vuole riportare alla luce, alla memoria, con giustizia e dignità. In una cultura androcentrica, in cui si fa fatica a declinare al femminile professioni e posizioni ricoperte invece da donne, Ester Rizzo scrive di quelle personalità femminili che hanno fatto la storia. Da “Camicette Bianche” a “Le ricamatrici” fino “Le Mille”, pubblicati con Navarra Editore (leggi intervista), ha scritto come atto d’amore e di restituzione: un dono ai lettori di questi esempi di coraggio, per ridare loro un volto e una storia, attraverso documenti, testimonianze, ricordi.

Una nuova storia femminile, dopo “Camicette Bianche”. Storie di ieri che riporti all’oggi: qual è il valore simbolico di ciò che racconti? Qual è la dimensione di comprensione che vuoi restituire a chi legge?
«Sono storie di donne che hanno fatto la Storia, ma che sono state indegnamente ricoperte dall’oblio. E sento quindi fortemente l’urgenza di riportarle alla luce, alla memoria, alla parità storiografica che meritano. Sono il simbolo di tutte le donne che hanno inciso positivamente nei loro territori ed anche oltre confine, e le cui lotte hanno rappresentato un miglioramento per l’intera società. Ai lettori ed alle lettrici desidero fare dono di queste personalità, di questi esempi di coraggio e di dignità».

Le ricamatriciChi sono “Le ricamatrici”? E come ti sei imbattuta nella loro storia?
«Le ricamatrici sono quelle di Santa Caterina Villarmosa, piccolo centro nel cuore della Sicilia che tra il 1970 ed il 1980 decisero di non poter più subire lo sfruttamento lavorativo da parte di intermediari e committenti e li trascinarono in Tribunale ottenendo giustizia. Ma a quelle donne, che sfuggivano al classico stereotipo delle ricamatrici mute e chine sui telai, non si perdonò tanto ardire ed anche la lunga mano della mafia le raggiunse e le intimidì. Ho trovato per la prima volta, quasi un decennio fa, la loro storia nel Dizionario Biografico “Siciliane” curato da Marinella Fiume».

Di quali documenti e quali testimonianze ti sei servita per la scrittura del
libro?
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La ricerca dei giornali che si occuparono all’epoca del caso ho potuto effettuarla grazie all’archivio dell’U.D.I di Palermo ed inoltre ho intervistato, grazie a Ondedonneinmovimento di Caltanissetta, le figlie della protagonista Filippa Pantano, Orsola e Pina Rotondo».

È da poco trascorso l’8 marzo, la Giornata Internazionale della donna. Spesso si dimenticano i motivi per cui è stata istituita. Tu lo hai ricordato con “Camicette Bianche”. In breve, cosa si ricorda l’8 marzo?
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L’Otto Marzo è una data convenzionale che ricorda vari eventi tutti collegati alle lotte per l’emancipazione delle donne e per l’acquisizione dei loro diritti di lavoratrici in varie parti del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, allincirca dal 1907 in poi. Tra questi eventi si ricorda la storia della 129 operaie morte nel rogo della Triangle Shirtwaist Company di New York il 25 Marzo 1911. Trentotto di loro erano italiane, ma della maggior parte nessuno conosceva la loro triste storia né i luoghi di provenienza. Ho iniziato una faticosa ricerca durata quasi tre anni per ridare volto, ma soprattutto anima a quelle sfortunate migranti nostre connazionali che erano fuggite dalla miseria e dalla fame della nostra terra per inseguire il “sogno americano”, per crearsi un futuro dignitoso. Scrivere la loro storia è stato un semplice atto d’amore, amore verso le donne che spesso sono ultime fra gli ultimi, amore per la giustizia, amore per i migranti di tutti i tempi e di tutti i mari».

Ester Rizzo
La scrittrice Ester Rizzo

Anche nel libro “Le Mille” parli di una “cultura ufficiale” che bisogna sovvertire, cambiare a partire dal linguaggio.
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Sì, purtroppo la c.d. “cultura ufficiale” è androcentrica, ha escluso la metà del genere umano, quello femminile, da tutti i campi. Dalla politica, dalla scienza, dall’arte, dallo sport…sembra quasi che le donne non siano mai esistite. Virginia Woolf definiva ciò uno dei crimini più odiosi commessi dall’umanità. Con il volume “Le Mille: i primati delle donne” dell’associazione Toponomastica Femminile e da me curato, abbiamo voluto denunciare l’iniqua assenza delle donne soprattutto dai testi scolastici. È una discriminazione pericolosissima che non fornisce modelli di riferimento alle nuove generazioni. Ed è anche una forma di violenza contro le donne nel momento in cui se ne nasconde il valore, il coraggio, l’intelligenza, la genialità, la tenacia. “Le Mille” è anche uno tra i primi libri pubblicati facendo attenzione al rispetto della declinazione di genere. Professioni ed incarichi sono tutti declinati correttamente al femminile come indica la nostra lingua che non contempla l’uso del neutro. C’è oggi in Italia una inspiegabile avversione a declinare al femminile professioni di prestigio e posizioni apicali ricoperti da donne. E anche questa è violenza, anzi è la prima violenza che subisce una bambina nell’apprendimento spontaneo del linguaggio».

Il tuo ultimo romanzo è ambientato in Sicilia. La scelta è casuale o pensi sia un territorio in cui, più degli altri, debba essere combattuta questa cultura denigratoria per le donne?
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È casuale. La cultura denigratoria esiste e va combattuta in tutti i territori.
Purtroppo il cammino è ancora lungo e faticoso, soprattutto in tanti angoli di mondo, dove alle donne vengono negati i diritti fondamentali dell’essere umano. Ecco perché, ritenendomi fortunata, continuo a denunciare la marginalità data al ruolo delle donne. E, tramite queste storie, spero di restituire, con amore, giustizia e dignità a tutte quelle che mi hanno preceduto e a tutte quelle che verranno dopo di me».